La finanza liberal s’è mossa

Sabato Barack Obama ha aperto ufficialmente la campagna elettorale con due eventi in altrettanti stati contesi, Ohio e Virginia. C’era la grafica azzurra, lo slogan “forward”, avanti, a soppiantare i più evocativi e rarefatti “hope” e “change”, c’era la First lady avvolta nelle nuove tonalità della campagna e ovviamente c’erano folle che trasudavano eccitazione politica, anche se in modo diverso rispetto alla grande abbuffata di contenuti ideali organizzata quattro anni fa.
23 AGO 20
Immagine di La finanza liberal s’è mossa
New York. Sabato Barack Obama ha aperto ufficialmente la campagna elettorale con due eventi in altrettanti stati contesi, Ohio e Virginia. C’era la grafica azzurra, lo slogan “forward”, avanti, a soppiantare i più evocativi e rarefatti “hope” e “change”, c’era la First lady avvolta nelle nuove tonalità della campagna e ovviamente c’erano folle che trasudavano eccitazione politica, anche se in modo diverso rispetto alla grande abbuffata di contenuti ideali organizzata quattro anni fa.
Poche ore dopo le adunate nei “battlegrounds” la macchina di Obama si è mossa con la solita, inappuntabile solerzia per trasmettere all’America l’idea che oltre ai comizi e agli slogan c’è un motore elettorale perfettamente lubrificato pronto ad essere acceso, un motore che ha bisogno di essere alimentato con abbondanti riserve di denaro, cosa che al presidente delle piccole donazioni e dei grandi business (è alla doppia natura di eroe popolare e mondano frequentatore di salotti che il presidente deve la sua potenza di fuoco) non è mai mancata. Soltanto che Mitt Romney è un banchiere di Boston, un uomo dell’1 per cento ben connesso con la comunità dei facoltosi d’America; la sentenza della Corte Suprema sul caso Citizens United, quella che in pratica ha spezzato l’argine dei finanziamenti rigidamente calmierati, ha poi aperto il grande scrigno dei Super Pac e del contributo “esterno” ai candidati, giochetto formale che anche i sassi sanno che è soltanto un piccolo sotterfugio per far arrivare alle campagne elettorali somme illimitate. American Crossroads, l’associazione nata attorno a Karl Rove e amministrata da Carl Forti – tesoriere informale dei finanziamenti elettorali del Partito repubblicano – si dice abbia raccolto trecento milioni di dollari per conto di Romney, il quale nelle tabelle delle donazioni dirette, quelle tradizionali, ha meno della metà dei soldi di Obama.
Anche al presidente serviva un appoggio esterno abbastanza solido da ridicolizzare gli sforzi economici della galassia romneiana, e due giorni dopo il lancio ufficiale della campagna l’aiuto è arrivato. George Soros, finanziere, tycoon e leggendario sponsor di battaglie democratiche, ha promesso che donerà un milione di dollari all’advocacy group America Votes e un altro milione al Super Pac American Bridge 21st Century. La quota di Soros è di per sé quasi ininfluente nel contesto di una campagna che aspira all’obiettivo del miliardo di dollari, ma il miliardario di origini ungheresi è un catalizzatore di denaro e il suo giro di affaristi dal cuore democratico, che per mesi è stato prudentemente ai margini della contesa elettorale, è pronto a entrare in scena con un centinaio di milioni di dollari. Ma nell’assetto dei finanziamenti elettorali reso liquido da Super Pac, appoggi esterni e altre diavolerie intermedie, non basta mettere semplicemente i soldi sul piatto, si tratta di vedere come vengono convogliati e in che modo finiranno per servire gli interessi del candidato. L’asset management, in questa tornata, è ancora più importante rispetto alle elezioni di quattro anni fa.
La scelta di Soros e dei suoi, presa in accordo con gli uomini della campagna elettorale acquartierati a Chicago, è quella di non rispondere alla martellante strategia repubblicana con uno schema uguale e contrario. Dove la galassia del Gop investe in spot televisivi nei quali, ad esempio, tutte le immagini sono montate al contrario per spiegare che Obama ha mosso il paese “backward”, all’indietro, e l’unica cosa che è andata “forward” è il debito pubblico, Obama punterà soprattutto a potenziare le strutture della campagna grassroots, producendo più analisi, più porta a porta, più personale per fare sondaggi telefonici ed estendere il lavoro sui social media, calcoli più precisi sui voti da accumulare contea per contea, e infine più risorse per spiegare all’America quanto Obama ha fatto di buono in questi quattro anni. O almeno quanto sarebbe stato peggio se non fosse stato lui il commander in chief.
Rob Stein, direttore di Democracy Alliance, un gruppo di finanziatori liberal che questa settimana si riunisce in Florida per decidere dove orientare i fondi, ha spiegato che il sentore comune fra i donatori è che puntare su una campagna esclusivamente negativa o denigratoria non conviene. Gli investimenti a livello locale e sui social media, invece, “possono avere un impatto enorme negli stati contesi”. Attorno a considerazioni del genere si sta calcificando il consenso dei grandi sponsor di Obama, persuasi che il messaggio contro l’avversario politico possa aiutare quando ci si trova all’opposizione, ma per un presidente in cerca di rielezione rischia di essere un fattore di distrazione rispetto all’obiettivo fondamentale: spiegare quello che Obama ha fatto. Magari romanzando le parti più tenere e omettendo, ad esempio, la campagna globale con i droni e i respingimenti sul confine con il Messico, ma senza cedere alla lotta nel fango in cui Romney cerca di trascinare il presidente.
Una serie di associazioni che fanno da ombrello alla campagna ufficiale del presidente si sono messe in moto e in ottemperanza ai nuovi dettami riguardo al messaggio positivo e locale hanno originato per mitosi nuovi soggetti elettorali. Alcuni, come American Votes, si occupano di organizzare e coordinare le attività politiche di diversi gruppi che si occupano di ambiente, diritti civili e “diritti riproduttivi”, orgogliosa invenzione del pensiero liberal, mentre American Bridge 21st Century si occupa soprattutto di condurre ricerche e sondaggi elettorali per capire meglio il target da raggiungere per Obama. Gli attivisti di Catalyst si occupano di stilare liste di elettori selezionati da contattare e convincere, ProgressNow è una piattaforma che raccoglie tutti i siti web democratici a livello locale, il Latino Engagement Fund cerca di convincere l’elettorato ispanico a tesserarsi e a votare i democratici.
L’idea di convertire in positivo i messaggi elettorali corrisponde a un ragionamento fatto con il pallottoliere alla mano che il filantropo Steve Phillips, fondatore di Pac+ e membro della Democracy Alliance, sta praticando soprattutto in Arizona. Gli strateghi di Obama sono convinti che i democratici si sarebbero affermati nello stato di Phoenix nel 2008 se soltanto il candidato repubblicano non fosse stato John McCain. Ora che le primarie del Gop hanno incoronato un politico che non potrebbe essere più lontano dalla sensibilità dello stato di Barry Goldwater, sono certi di avere un margine per rendere l’Arizona un “battleground”. Gente come Phillips lavora per far sì che questo accada, e il modo più semplice è quello di cercare di aumentare l’affluenza, cosa che di solito avviene quando l’immagine della politica non è quella di un’arena polarizzata dove vige la regola dell’insulto sistematico. “Puoi investire dieci o venti milioni di dollari in spot televisivi in Ohio per cercare di persuadere gli indecisi, oppure puoi cercare di aumentare l’affluenza fra i latinos in Colorado e Arizona e vincere in quel modo. E’ decisamente più economico”, ha spiegato Phillips al New York Times. Lunedì il superconsigliere di Obama David Axelrod ha spiegato ai cronisti che la campagna elettorale ha appena comprato spazi televisivi per 25 milioni di dollari in alcuni stati in bilico. In conformità allo spirito di Soros si tratterà di messaggi orientati a valorizzare i successi passati e i piani futuri di Obama, e per sottolineare una volta ancora questo nuovo corso Axelrod ha detto che la somma spesa per questi spot positivi è meno di quanto Romney abbia speso in messaggi positivi nel corso delle primarie repubblicane.
Nei sessanta secondi di spot Romney non è mai citato esplicitamente, anche se compare una rivendicazione del bailout dell’industria automobilistica che è una stilettata nemmeno troppo indiretta all’avversario, che aveva prescritto di lasciare fallire le industrie di Detroit nel momento più nero della crisi. Gli strateghi di Obama non promettono di porgere l’altra guancia e, anzi, dicono che tratteranno i messaggi provenienti da qualunque entità affiliata alla stessa stregua degli spot autorizzati dal presidente. Ma lo spirito e il calcolo della campagna elettorale sono cambiati, e il flusso di denaro che proviene dagli amici “esterni” di Obama è cambiato di conseguenza.